Angelo Ferrillo Photo Blog

mostre, eventi e tutto quanto riguarda la FOTOGRAFIA

Robert Frank - Paris

 

A cura di Ute Eskildsen  Il Museo di Fotografia Contemporanea presenta 80 opere, la gran parte inedite, di Robert Frank, uno dei padri della fotografia contemporanea, realizzate a Parigi tra il 1949 e il 1952, negli anni immediatamente successivi al suo trasferimento negli Stasti Uniti, avvenuto nel 1947. Si tratta di fotografie che vengono presentate per la prima volta al pubblico, raccolte in una mostra itinerante promossa dal Folkwang Museum di Essen e che, dopo il Museo di Fotografia Contemporanea, farà tappa nelle prestigiosi sedi del Jeu de Paume di Parigi e del Nederlands Fotomuseum di Rotterdam.Molte delle fotografie prodotte da Robert Frank durante i suoi soggiorni parigini sono oggi famose in tutto il mondo e appartengono ad un solido repertorio della storia della fotografia. Le opere in mostra sono state scelte dall’autore stesso insieme alla curatrice Ute Eskildsen. Nella maggior parte delle immagini in mostra la strada è il tema centrale. Indubbiamente Frank si muove a proprio agio nella tradizione novecentesca dei flaneur che si aggirano scrutando strade e piazze delle grandi città. Le fotografie dei boulevard, dei parchi e dei venditori ambulanti ricordano le famose immagini di Parigi di Eugene Atget (1857-1927), che fissavano fin dai primi del secolo scorso, con uno sguardo strutturato, sia lo spirito della metropoli parigina che le presenze architettoniche e paesaggistiche.
Frank scorge le persone nelle vie di Parigi in momenti difficili: assenti, in piedi, in mezzo al trambusto o seduti in metropolitana, accasciati su una panchina del parco, immobili, o persino sdraiati, arrotolati su se stessi, su un prato. Le situazioni evidentemente casuali, diventano quasi intime nell’attimo fotografico. Frank sceglie diversi punti di vista: oltre alle prospettive a volo d’uccello, le sue fotografie di strada mostrano sempre angoli molto profondi o sguardi sopra le spalle dei passante, che fanno sentire fortemente la presenza del fotografo e al tempo stesso pongono l’osservatore al centro dell’immagine.
Nell’intervista con Ute Eskildsen raccolta nel catalogo della mostra, Frank racconta che il lavoro in America lo ha reso più “duro”. Tornato in Europa, a Parigi sente l’atmosfera del “vecchio mondo“ in modo particolarmente intenso.

Le immagini non sottostanno a un cliché romantico, ma attraverso soggetti contrastanti mettono a confronto impressioni molto diverse. I ritratti di Parigi di Frank appaiono come una narrazione visiva - non sotto forma di racconto, ma come una serie di immagini momentanee, che invitano ad osservare con maggiore attenzione. “Quando le persone guardano le mie foto, voglio che provino la sensazione che si ha quando si legge una riga di una poesia una seconda volta”, commenta così il fotografo il suo punto di vista nel 1951.
Uno degli obiettivi più importanti del lavoro fotografico di Frank è quello di far diventare ciò che è visibile anche percepibile. Nelle foto spesso vi è traccia della malinconia della quotidianità e della banalità. Frank coglie appieno la caducità del “vecchio mondo“.

Biografia:
Nato nel 1924 a Zurigo, Frank cresce con i genitori in una casa benestante e culturalmente ricettiva. Nel 1941 inizia nella sua città natale un tirocinio presso il fotografo e grafico Hermann Segesser e nel 1942 prosegue la sua formazione nello studio di Michael Wolgensinger. Wolgensinger, già assistente di Hans Finsler, trasmette le idee di questi sulla nuova fotografia ai propri studenti: insegnante di fotografia presso la Scuola di Arti Applicate di Zurigo, mette al centro del suo lavoro gli aspetti strutturali dell’immagine e un’esatta direzione della luce ed esercita un’efficace influenza sulla nuova generazione.
Il giovane e inquieto Frank lascia alle spalle un’esistenza prevedibile e sicura in Svizzera e nel febbraio 1947 parte per gli USA. Il movimento e la velocità dell’american way of life lo affascinano. La massima “il tempo è denaro” che domina il “Nuovo Mondo”, non diventa tuttavia mai il suo credo. A New York riesce a tenere una mostra presso Alexey Brodovitch e a lavorare per Harper´s Bazaar. Nel 1949 parte per l’ Europa e durante gli anni successivi fa la spola tra i due continenti. I suoi viaggi lo portano prima in Sud America, poi in Spagna, in Inghilterra e spesso nella capitale francese. Il suo obiettivo è il lavoro indipendente come fotografo, con un chiaro distacco dalla fotografia commerciale e dal mondo della fotografia di moda.
L’opera del fotografo svizzero occupa una posizione centrale nella storia della fotografia a livello internazionale. Con il suo famosissimo libro The Americans, apparso nel 1958, Frank ha visualizzato il profondo intimo estraniamento e la solitudine della popolazione negli Stati Uniti. Già dalla fine degli anni ‘50 Frank gira film e video autobiografici e sperimentali (Pull My Daisy del 1959), lavora con la polaroid e con il collage, e dagli anni ‘70 ripropone il lavoro fotografico sotto forma di un dialogo speculare tra le immagini e i testi (Catalogo della mostra Robert Frank. Hold Still_keep going. Essen/Madrid 2001). Altri lavori importanti sono i libri Black White and Things (1954) e The Lines of My Hand (1959) oltre al film Cocksucker Blues (1972).
Frank vive oggi a New York e a Neuschottland, Canada.

La mostra sarà successivamente esposta a:

Jeu de Paume, Parigi; Nederlands Fotomuseum, Rotterdam

 

Sede Museo di Fotografia Contemporanea
via Frova 10, Cinisello Balsamo-Milano

Periodo 21 settembre – 23 novembre 2008

Inaugurazione Sabato 20 settembre ore 18

Catalogo Robert Frank. Paris, Steidl editore, Göttingen, 2008. Prezzo 30 euro

Per informazioni tel.02.6605661, www.museofotografiacontemporanea.org

Orari da martedì a domenica 10-19; giovedì 10-23. Chiuso lunedì

Ufficio stampa Museo di Fotografia Contemporanea
t.02.66056633, ufficiostampa@museofotografiacontemporanea.org

Visite guidate tel.02.66056626, servizioeducativo@museofotografiacontemporanea.org
Visite guidate gratuite ogni prima domenica del mese, ore 15 e 17

Biblioteca tel.02.66056628, biblioteca@museofotografiacontemporanea.org
Consultazione previo appuntamento

Fonte:
http://www.artecontemporanealombardia.it/newslac/dettail.html?mId=5001

 

25 Giugno, 2008 Pubblicato da Angelo Ferrillo | arte, cultura, esposizioni, fotografia, informazione, iniziative, mostre, news, notizie | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Nessun Commento

Unknown Weegee - Cronache Americane

Oltre cento opere del fotografo americano provenienti dal prestigioso International Center of Photography di New York saranno esposte a Palazzo della Ragione di Milano. New York come non l’avete mai vista attraverso l’obiettivo implacabile di Weegee

“He will take his camera and ride off in search of new evidence that his city, even in her most drunken and disorderly and pathetic moments, is beautiful.”
William McCleery in Naked City (Da Capo Press, New York 1973)

La mostra Unknown Weegee: cronache americane – organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, Palazzo Reale, 24 ORE Motta Cultura e dall’International Center of Photography di New York - presenta, a Palazzo della Ragione, un centinaio di opere del fotoreporter americano provenienti dall’ICP.

I soggetti preferiti da Weegee (all’anagrafe Arthur Fellig) sono la città di New York e i suoi abitanti: con il suo obiettivo affronta le tensioni razziali, i problemi economici, i razionamenti bellici, e l’invasione glamour di Hollywood, e ci porta negli anni Trenta, in una città che cerca di risollevarsi dalla Depressione, sino all’ansioso spaccato della società americana dopo la seconda Guerra Mondiale.

Tra il 1935 e il 1945 il fotografo ha creato un nuovo stile: dalle drammatiche scene del crimine, palazzi in fiamme, incidenti stradali alle immagini della vita quotidiana dei newyorkesi, dagli incontri amorosi a Coney Island alle serate esclusive al Metropolitan Opera.

Nei suo scatti Weegee ha combinato il sapiente uso duro del flash, tipico delle immagini di cronaca e delle “paparazzate”, con un suggestivo e personale punto di vista, spostando l’attenzione dalla scena del crimine alla folla dei testimoni.

Ha passato vent’anni lungo le strade della città, giorno e notte, alla ricerca di uno scatto cercando di arrivare sulla scena ancora “calda”. Weegee ha catturato New York nel suo fantastico insieme: Harlem, Chinatown, Bowery e Times Square, tra parate patriottiche, concerti, bar e caffè affollati. Bambini, animali, ballerine, criminali e poliziotti sono gli improbabili protagonisti dell’insaziabile obiettivo del fotografo.

Molte delle sue foto apparvero su PM, un quotidiano “libero” newyorkese che combatteva contro ogni tipo di oppressione e discriminazione. Un’importante ascendente nel suo lavoro di fotoreporter è stata anche l’adesione alla Photo League, un’influente organizzazione che promuoveva fotografie sulle working classes.

L’esposizione Unknown Weegee: cronache americane è accompagnata dal catalogo, pubblicato da ICP/Steidel, con saggi di Luc Sante, Cynthia Yuong e Paul Strand.

Weegee (all’anagrafe Arthur Fellig) nasce nel 1899 a Lemberg in Austria (attuale Ucraina) e arriva a New York nel 1910. Lascia la scuola a quattordici anni e inizia una serie di lavoretti sino a quando diventa assistente di camera oscura e collabora con il New York Times e Acme Newspictures. Nel 1936 lascia l’Acme per dedicarsi all’attività di fotogiornalista free-lance. Equipaggiato di una Speed Graphic inizia una frenetica attività frequentando il quartier generale della Polizia di Manhattan. Le sue foto vengono pubblicate negli articoli di cronaca delle principali testate newyorkesi: Herald Tribune, Daily News, Post, World-Telegram, Journal America, Sun… La sua fama è talmente nota al Dipartimento di Polizia a Spring Street che Weegee può organizzare la sua attività basando un ufficio personale ed informale all’interno dell’Ufficio Persone Smarrite. Nel 1938 è il primo cittadino di New York a ricevere il permesso di istallare il sistema radio della polizia sulla sua autovettura Chevrolet, sulla quale monta anche la sua attrezzatura fotografica a da stampa per utilizzarla anche come camera oscura. Nel 1941 espone la sua prima personale al Photo League di New York che apre con il titolo “Weegee: Murder is My Busines”. Durante questo periodo inizia a sperimentare anche con una macchina da presa 16 mm. Nel 1943 il Museum of Modern Art di New York acquista cinque fotografie di Weegee che vengono esposte nella sezione permanente “Action Photography”. Due anni dopo nel 1945 viene pubblicato Naked City (New York: Duell, Essential Books), il suo primo catalogo di fotografie cui segue una campagna pubblicitaria nazionale, e che ispirerà il film The Naked City e la successiva serie TV Naked City (1958). In questo periodo inizia anche la collaborazione con Vogue. Nel 1946 viene pubblicato Weegee’s People (New York: Duell, Essential Books). Nel 1947 si trasferisce a Hollywood per consentire a Weegee di seguire come consulente la lavorazione del film Naked City. Ritorna a New York e realizza la serie di distorsioni - che egli stesso definisce caricature dei ritratti di celebrità dello spettacolo e del mondo politico - che pubblicherà insieme a Mel Harris in Naked Hollywood (New York: Pellegrini and Cudahy). Le distorsioni vengono pubblicate anche nel numero di luglio di Vogue. Nel 1961 pubblica la sua autobiografia Weegee by Weegee (New York: Ziff-Davis). Muore nel 1968.

Milano - dal 20 giugno al 12 ottobre 2008

orario: lunedì 14.30 – 19.30, martedì – domenica 9.30 – 19.30 (La biglietteria chiude un’ora prima)
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: 7 € intero, ridotti 5 e 4 €

vernissage: 20 giugno 2008. ore 18.30

catalogo: ICP/Steidal

note: Organizzazione mostra 24 ORE Motta Cultura – Settore mostre email: mostre@mottaeditore.it

19 Giugno, 2008 Pubblicato da Angelo Ferrillo | arte, cultura, esposizioni, fotografia, informazione, iniziative, mostre, news, notizie | , , , , , , , , , , , , | 1 Commento

Massimo Gatti - Backstage

 “Backstage: guardare chi guarda,
vedere quel che tutti vorrebbero vedere.
Carlo Rossella”

Backstage nasce dall’avventura umana che unisce Massimo Gatti ed il suo cosmo di amici davanti e dietro l’obiettivo.
Da una parte Gatti che alterna la passione per la fotografia con le sue attività imprenditoriali, dall’altra personalità della cultura e dello spettacolo che sono anche il suo universo di relazioni nella vita privata.
Infine il suo entourage di amici e collaboratori, presenti alle riprese fotografiche di Gatti, che lo hanno immortalato dietro le quinte, mentre scattava, partecipi del momento, costruendo nel tempo un vero e proprio album della memoria: Backstage.

Ma Backstage non sarebbe mai esistito se l’affiancamento delle immagini realizzate dal talento di Massimo Gatti, e quelle che raccontavano il contesto in cui il fotografo si trovava a lavorare, non avessero iniziato ad avere una relazione autonoma che sviluppava un racconto intrigante di situazioni surreali, divertenti, spericolate, inimmaginabili a chi osservava il solo scatto finale.

Da questo confronto è nato il racconto del momento creativo del fotografo e della sua contrapposizione con il momento reale, e questa relazione ha mosso, in chi ha visto la collezione delle immagini in anteprima, un stimolo voyeuristico, di curiosità divertita, che ha spinto Massimo Gatti autore a raccontarsi anche dietro le quinte in questo libro altamente inconsueto.

La fotografia come scatto d’autore incontra e si confronta con scatti di puro reportage e attraversa una galleria di personaggi come Alek Wek, Annamaria Bernardini De Pace, Beatrice Borromeo, Belen Rodrigues, Fiona Swarowsky, Flavio Briatore, Margherita Missoni, Mariana Braga, Matteo Marzotto, Mike Tyson, Saskia Robbinson, Vittoria Beckham …..

www.massimogatti.com

Inaugurazione lunedì 26 maggio 2008 ore 19.00

Fino al 23 giugno 2008

Il Cerchio
Via Paullo 13
Milano
info@galleriailcerchio.com
www.galleriailcerchio.com/

6 Giugno, 2008 Pubblicato da Angelo Ferrillo | arte, cultura, esposizioni, fotografia, informazione, iniziative, news, notizie | , , , , , , , , , , , , , , | Nessun Commento

RFK Funeral Train - Paul Fusco

NEW YORK - L’uomo che rinunciò a fotografare Bob Kennedy da vivo, che abbassò l’obiettivo per timidezza e cortesia, sarebbe stato l’unico capace di raccontare il lungo addio che il popolo americano gli tributò per 328 chilometri di ferrovia in un sabato pomeriggio del giugno 1968. Paul Fusco aveva trentotto anni quel giorno, quando il feretro di Robert Francis Kennedy partì da Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington. Il candidato democratico era morto due giorni prima a Los Angeles, colpito da un proiettile al cuore mentre festeggiava la vittoria alle primarie della California. Il funerale si tenne a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, poi la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove Bob Kennedy venne sepolto poco lontano dal fratello John.

Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, rivista bisettimanale con una storia illustre, era sul quel treno con tre macchine fotografiche e trenta pellicole a colori. “Nell’ultimo vagone i servizi segreti decisero di mettere la bara di Bobby, la appoggiarono per terra, poi dissero ai familiari e agli amici di prendere posto nella penultima carrozza. Erano loro ad aver preso il comando del treno e non volevano discussioni. Ma i ferrovieri pensarono che sarebbe stata un offesa alla folla che attendeva e appena il convoglio cominciò a muoversi la sollevarono e la appoggiarono sugli schienali dei sedili. Era una sistemazione instabile e precaria, ma così il feretro si poteva vedere attraverso i finestrini”.

Fusco racconta lentamente e con voce bassissima, muove molto le mani e spesso strizza gli occhi per ricordare. “Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

Scattò quasi duemila fotografie, fino ad oggi ne conoscevamo soltanto cinquantatré, ma ora dagli archivi della Biblioteca del Congresso a Washington ne sono riemerse altre milleottocento. Il reportage di Paul Fusco è uno dei più emozionanti ritratti del popolo americano mai fatti, un documento che commuove e indigna.

“Quel giorno non dovevo lavorare, ma vivevo a Manhattan e decisi di passare in redazione. Gli uffici di Look erano su Madison Avenue, proprio alle spalle di St. Patrick, i colleghi erano tutti in silenzio, si respirava un’angoscia fortissima. Mi siedo. Bill Arthur, il direttore, mi vede e mi chiama nella sua stanza: “Paul vai a Penn Station, porteranno la bara di Kennedy a Washington. Sali su quel treno”. Non aggiunse una parola, non disse cosa voleva, che tipo di foto, se aveva delle idee, nulla. Io non chiesi nulla, allora funzionava così, presi le pellicole, attraversai la strada e mi fermai per mezz’ora fuori dalla cattedrale. Poi camminai veloce fino alla stazione. Trovai subito il treno, era circondato dagli uomini del secret service. Era un convoglio speciale: non ho mai capito se fosse stato organizzato dal governo o dalla famiglia. Mostro il tesserino e salgo, un agente mi mostra un sedile dell’ottavo vagone e mi dice: “Siediti qui e non ti muovere”.

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

Tutto scorre lungo il finestrino, Paul Fusco ferma quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l’abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, come voleva la moda alla fine degli anni Sessanta, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta”".

Si vedono bambini piccoli che si sforzano di capire cosa sta succedendo, ragazzini che ridono, sollevano biglietti scritti a pennarello, sventolano bandiere a stelle e strisce. Si scoprono i cortili delle case, i giardini, periferie fatiscenti. Si vede una popolazione di tutti i ceti sociali, molti sono i neri. C’è chi si mette la mano sul cuore, chi fa il saluto militare, chi ride, chi tira fiori, chi si tiene la testa tra le mani, chi si inginocchia, chi prega.

Verso il tramonto inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d’altezza e di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull’attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell’addio.

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. “Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere”. I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

“La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. Quella è la foto simbolo dell’America dopo l’omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara”.

“Una folla meravigliosa”, disse Arthur Schlesinger, lo storico che era stato alla Casa Bianca con John Kennedy prima di scrivere i discorsi di Bob, guardando fuori dal finestrino della penultima carrozza. “È vero - gli rispose Kenny O’Donnel, che del presidente ucciso a Dallas era stato l’assistente speciale - ma ora cosa faranno?”.

Look magazine non pubblicò nessuna di quelle foto. Il direttore disse che erano belle ma il concorrente Life uscì prima con le foto della morte e dei funerali; allora a Look decisero di fare uno speciale sulla vita di Bob Kennedy e il reportage di Fusco finì in archivio. Ci rimase per tre anni, finché la rivista non chiuse per una crisi economica e di pubblicità, nonostante vendesse più di sei milioni di copie.

“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.

Da quel momento nasce l’interesse intorno al “Funeral Train”. “Il nuovo direttore dell’ufficio di Magnum non può credere che quella storia sia stata chiusa in archivio per tre decenni: “Ma perché siete stati seduti su questo lavoro per tutti questi anni?”. Fa preparare un portfolio e lo manda in Europa. Una famosa galleria londinese organizza la prima mostra, la Xerox stampa un libro in edizione limitata di trecento copie. Poi nel Duemila diventa un volume che viene pubblicato in tutto il mondo. Chiedo che le foto siano stampate solo sulle pagine di destra perché i lettori non devono muovere la testa, ma restare immobili, girare solo la pagina e veder scorrere le facce come se fossero anche loro dietro il finestrino del treno, accanto al feretro di Bobby”.

Fusco ricorda quando la mostra venne esposta alla prima edizione di FotoGrafia, il Festival internazionale di Roma: “Era stata allestita alla stazione Termini, la gente scendeva dai treni e se la trovava davanti, fu un’idea bellissima e geniale”.

Quando Look fallì, in cambio della benevolenza del fisco il proprietario decise di donare tutto l’archivio alla Libreria del Congresso: cinque milioni di foto presero la via di Washington. “Anche i miei scatti finirono là. Due anni fa il gallerista James Danziger è andato a cercarli e ha trovato le altre milleottocento foto. Erano inedite, nessuno le aveva mai viste. Eccitatissimo mi ha chiamato e mi ha convinto a fare un nuovo libro e una mostra con lui, che inaugurerà alla fine di questa settimana a New York”.

Paul Fusco non ama l’America di oggi, abita fuori New York e fa una vita ritirata. “Il Paese è diviso, pieno di battaglie, bugie e falsità e la politica pensa solo ai ricchi. Bobby era diverso. L’avevo incontrato una volta. Ero in Messico, ad Acapulco, per fare un servizio sul paese che si preparava alle Olimpiadi del ‘68. La giornalista con cui lavoravo, si chiamava Laura, venne a sapere che c’erano Ted e Bob Kennedy, li conosceva e mi convinse ad andare a cercarli. Trovammo la villa dove erano ospiti ed entrammo. Io ero imbarazzatissimo, non ho mai attaccato la gente con la macchina fotografica, ho sempre cercato di scattare con gentilezza senza invadere, senza creare reazioni di fastidio. Laura cominciò a dire: “Paul scatta, fai una foto”, ma Ted si infastidì e ci chiese di andare via: “Siamo in vacanza, lasciateci tranquilli: via di qui”. Io mi sentii umiliato per l’intrusione e me ne andai immediatamente. Tornato in albergo mandai una lettera di scuse a Bobby e lui mi rispose ringraziandomi e dicendo che era stato “magnifico” conoscermi. Rimasi impressionato dalla sua cortesia. A casa, da qualche parte in mezzo alle carte conservo ancora quel biglietto. Ho tenuto tutto”.

Paul Fusco era venuto a Manhattan per fare questa intervista, gli dispiace che dopo “solo” tre ore sia finita. Mentre si chiude l’ascensore ribadisce la sua lezione: “Non buttare via niente, tieni tutto quello che scrivi, può sempre servire, chissà magari tra quarant’anni”. E ride strizzando gli occhi azzurri a fessura.

(1 giugno 2008 - di MARIO CALABRESI - Fonte “La Repubblica”)

Pubblicazione del libro - Agenzia magnum:
Magnum Photos

La gallery delle foto:
Digital Jurnalist

Acquisto del libro (per gli interessati):
Amazon Uk

 

3 Giugno, 2008 Pubblicato da Angelo Ferrillo | cultura, fotografia, informazione, news, notizie | , , , , , , , , , , , , | Nessun Commento

GLI AMERICANI - R. Frank - Spazio Forma

Gli Americani
il capolavoro di Robert Frank, pubblicato in Italia da Contrasto a cinquant’anni dalla sua prima edizione.

“Chi non ama queste immagini non ama la poesia” dice Kerouac nell’introduzione al libro di Frank : è il 1955 e un giovane fotografo europeo, Robert Frank, ottiene una borsa di studio dalla Fondazione Guggenheim per realizzare un lavoro fotografico sull’America. Frank percorrerà tutto l’immenso paese, e tra il 1955 e il 1956 “toccherà” ben 48 stati diversi. Le strade, i volti delle persone incontrate, le piazze delle città, i bar e i negozi, i marciapiedi, i particolari più insignificanti passano e si fermano di fronte all’obiettivo intelligente e partecipe del fotografo. Il risultato sarà Americani, un libro imperdibile che consacra il suo autore come un maestro della storia della fotografia. Philippe Séclier ha voluto ripercorrere quei luoghi realizzando sul viaggio “on the road” di Frank un toccante documentario che sarà presentato a Forma in anteprima assoluta il 16 Giugno. Appena pubblicato da Contrasto dopo anni di oblio, Americani rappresenta un vero “poema per immagini” dedicato alla strada americana e alla sua nuova e sconsolata epopea; un reportage che, come pochi altri, ha veramente segnato un’epoca diventando per generazioni di fotografi il riferimento principale da cui partire per fotografare, per viaggiare, per conoscere con lo sguardo.

Oggi, a cinquant’anni dalla prima pubblicazione del libro da parte di Delpire nel 1958, in occasione della nuova pubblicazione, Forma gli rende omaggio con un incontro che sarà insieme occasione di riflessione e approfondimento non solo sulla figura mitica del fotografo Robert Frank ma anche sulla sua America, ormai lontana.

Partecipano all’incontro:
Philippe Séclier
Fotografo francese, già noto al pubblico italiano per il lavoro su Pasolini pubblicato da Contrasto con il titolo “La lunga strada di sabbia” che è anche diventato una mostra esposta a Forma nel 2007. Séclier presenta un anteprima di 28 minuti del documentario “An american journey” dedicato a Gli americani, a Robert Frank, al viaggio.
Andrea De Carlo
Noto scrittore, leggerà nel corso dell’incontro l’introduzione che Jack Kerouac scrisse al libro di Frank.
Ferdinando Scianna
Uno dei più apprezzati e conosciuti fotografi italiani, è anche scrittore e pubblicista. Fa parte dell’Agenzia Magnum.
Michael Mack
Managing director della casa editrice Steidl, è un importante curatore di libri d’arte e di architettura oltre che art director per campagne pubblicitarie.

Robert Frank
Nasce a Zurigo nel 1924. Nel 1947 si trasferirsce negli Stati Uniti dove lavora come fotografo di moda per Harper’s Bazaar. Parallelamente, lavora come reporter freelance. Viene a contatto con i principali esponenti della nuova generazione letteraria e artistica americana, soprattutto con gli esponenti della Beat Generation. Nel 1959, insieme al pittore Alfred Leslie, dirige il suo primo film, “Pull My Daisy” che sarà considerato il padre del New American Cinema. Stringe una salda amicizia con lo scrittore Jack Kerouac, col quale porta a termine varie collaborazioni. Negli anni Sessanta, Frank abbandona la fotografia per dedicarsi completamente alla realizzazione di film. Nel 1994 dona gran parte del suo materiale artistico alla National Gallery of Art di Washington che crea la Robert Frank Collection; è la prima volta che accade per un artista vivente.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:
0258118067
info@formafoto.it

3 Giugno, 2008 Pubblicato da Angelo Ferrillo | Didattica, cultura, fotografia, informazione, iniziative, news, notizie | , , , , , , , , , , , , | Nessun Commento