Schels – gli scatti tra vita e morte
“Le mie foto per vincere la paura”

A Londra la mostra dell’artista tedesco che documenta l’ultimo viaggioImmagini dolorose ma di grande umanità e dolcezza. Già 50mila visitatori Ventiquattro coppie di scatti raffigurano altrettante persone riprese qualche giorno prima e qualche ora dopo il grande passo La dolce rassegnazione di Michael Foge, morto di cancro al cervello 50 anni nel pieno dei suoi anni migliori, il rassegnato stupore di Edelgard Clavey, deceduta a 67 anni che, pochi giorni prima di andarsene, diceva: “La morte è un test di maturità. Voglio disperatamente morire. Ma è un lavoro duro…”. Rassegnazione, stupore, dolore, paura, serenità, abbandono.. Sentimenti appena accennati su un volto, ma, nello stesso tempo, profondissimi. Sentimenti che si possono leggere nella straordinaria mostra “Life before death” in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road. Una serie di fotografie che affrontano il tema devastante dei confini della vita e addirittura li superano con grande rispetto e un approccio disperatamente umano e partecipe. Sono 48 scatti che rappresentano i volti di 24 persone (da una bambina di 17 mesi a un anziano signore di 83 anni) fotografati pochi giorni prima e poche ore dopo il decesso. Una specie di Antologia di Spoon River fotografica. L’autore è Walter Schels, un fotografo tedesco di 72 anni che da tempo si è imbarcato in un progetto difficile e affascinante. Con lui ha lavorato Beate Lakotta, una giornalista poco più che quarantenne, che ha scritto, per ciascuna coppia di immagini, una breve biografia della persona raffigurata: pochi accenni alla sua vita, poche ma significative righe sugli ultimi giorni dei “protagonisti” e, soprattutto, sul loro approccio al grande passo. Schels spiega che l’idea è nata, forse, per esorcizzare la “sua” paura della fine della vita. Una paura che aveva radici profonde nell’agghiacciante visione delle vittime di un bombardamento a Monaco di Baviera quando era bambino. Poi il progetto ha preso corpo in una specie di “missione” alla ricerca di soggetti da rappresentare in quel momento così alto e particolare. Stranamente, trovare le persone disponibili è stato facile. Schels e Lakotta hanno fatto il giro degli “hospices” di Amburgo, residenze ospedaliere per malati terminali, e hanno trovato grande disponibilità: “Quasi tutte le persone che abbiamo contattato ci hanno detto di sì: che erano interessate ad essere inserite nel progetto”. “La prima volta eravamo terrorizzati, siamo entrati di corsa in quella stanza e abbiamo fotografato il corpo così com’era, steso nel suo letto”. Schels e la sua partner venivano chiamati a tutte le ore del giorno e della notte per scattare l’immagine della persona appena deceduta che doveva fare il paio con quella presa qualche giorno prima ad un essere umano che ancora parlava e si esprimeva magari anche solo attraverso un respiro affannoso o un piccolo gesto. Col tempo, e con il consenso dei familiari, si è deciso di sistemare i corpi nella stessa posizione in cui erano stati ritratti in occasione della prima foto. Il risultato è straordinario e 50 mila persone sono state attratte dal fascino di questa mostra nella prima esposizione organizzata al Deutsches Hygiene-Museum di Dresda. Le immagini mostrano una vera folla nei lunghi saloni alle cui pareti sono appese, a due a due, le immagini. Sono persone qualsiasi, persino famiglie con bambini che guardano con rapita attenzione il mistero squadernato davanti ai loro occhi. Il mistero di Edelgard e di Michael o il mistero di Heiner Schmitz che mostra uno sguardo arguto nel primo ritratto, quello del 19 novembre, e sembra aver capito molte cose in quello del 14 dicembre appena morto. Heiner era un pubblicitario di 52 anni. Nella sua camera all’hospice si svolgevano veri e propri party: amici e amiche del suo ambiente venivano a trovarlo spesso. Si mangiava e si beveva allegramente nella sua stanza e non si parlava della morte vicina: “Nessuno mi chiede come mi sento – diceva Heiner poco prima di lasciare questo mondo – Tutti sono terrorizzati alla sola idea di parlarne. Ma non lo capiscono? Io sto per morire e non riesco a pensare ad altro ogni secondo che passo da solo”. Forse Heiner ha accettato di “salire a bordo” del progetto di Schels anche per far capire qualcosa ai suoi superficiali amici. Più difficili da accettare sono le foto “prima e dopo” di alcuni bambini. Anche per loro, ovviamente, Schels ha chiesto e ottenuto il permesso: almeno quello dei genitori nel caso di Elmira Sang Bastian, morta di tumore a 17 mesi il 23 marzo del 2004. Elmira era nata con una gemellina che sta benissimo. Probabilmente, il cancro era già in lei quando è venuta al mondo. I medici dissero che non c’era nulla che potessero fare per salvarla. Sua mamma, Fatemeh Hakami, non si diede mai per vinta: “Come può Dio avermi donato la gioia di due figlie per poi riprendersene subito una?”. E la donna, fedele musulmana, pregava cercando di capire e chiedendo al suo Dio di farle comprendere il perché di un disegno tanto assurdo”. Elmira è morta in un giorno assolato. Nella foto “prima” il suo piccolo volto esprime forse la stessa domanda della madre, in quella “dopo” sembra una bellissima bambola di porcellana.
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