L’ultimo Impero – Sergey Maximishin


Un ritratto della Russia oggi, a vent’anni dalle grandi riforme della Perestroika e dagli sconvolgimenti politici mondiali che hanno radicalmente trasformato gli equilibri dell’ex-blocco Sovietico. Il fotoreporter russo Sergey Maximishin, con uno sguardo attento, discreto e sempre ironico, ha indagato problemi e contraddizioni legati alla quotidianità e ad aspetti della vita sociale di un Paese in forte e violenta trasformazione, ma ancora legato alla tradizione.

La mostra sarà aperta fino a venerdi’ 18 aprile 2008 con i seguenti orari:
da lunedì a venerdì: 9 -13 e 14 -18
sabato: 10-12.30 e 15 – 17
chiusa la domenica
ingresso libero
la mostra resterà chiusa per ferie pasquali dal 21 al 30 marzo

Agenzia Grazia Neri
tel 02.62527.1
elena.ceratti@grazianeri.com
grazia.neri@grazianeri.com
paola.riccardi@grazianeri.com

SERGEY MAXIMISHIN
THE LAST EMPIRE

L’obiettivo è ambizioso. Una raccolta di appunti visivi appassionati per raccontare con audacia l’ineffabile: squarci di vita quotidiana dell’ex URSS che prepotentemente si adagia su 11 fusi orari. Dai tempi di Gorbaciov l’Occidente cerca di tranquillizzarsi rispetto al gigante dell’est alternando incauti slanci di ottimismo e simpatia ad improvvisi, affrettati ripensamenti. Rimane un fatto: per noi al di qua dell’ex Cortina di Ferro, a 20 anni dalla Perestroika, ciò che resta dell’impero degli zar del comunismo è ancora un mistero e Sergey Maximishin, come ogni grande artista, utilizzando un linguaggio fotografico personale, elegante, efficace, omogeneo e sempre intelligibile non vuole placare le nostre ansie, non dà risposte. Là fuori da Mosca alla Kamchatka, da Pietroburgo alla Cecenia i nemici sono molti: la miseria, la malattia, la guerra, l’avidità, le ricchezze accumulate in modo inaudito…Non ha tempo per celebrare gli eroi conclamati. I protagonisti preferiti dei suoi racconti muti normalmente sono anonimi. Di ciascuno riesce a catturare l’essenziale secondo coordinate spazio temporali precise. Da vero virtuoso varia i registri della narrazione mescolando dramma e ironia senza mai cedere alla lusinga del cinismo. Sta sempre dietro le quinte Maximishin, sia che si schermisca con la sua macchina fotografica sia, come quando partecipa alle celebrazioni del World Press, soccombendo alla sua naturale propensione per la modestia e la discrezione: osserva e agisce. E’ con questa serietà che si predispone alla creazione di preziosi documenti storici per le generazioni a venire. La sua spontanea empatia verso i propri soggetti rende fruibile anche gli aspetti oggettivamente più aspri: le prigioni, la distruzione, non provocano rifiuto, semmai riflessione. Con grazia e grande gusto, inconsciamente interpreta i riferimenti dell’Occidente, li smonta e propone letture sfumate, contraddittorie o moderne: sul Monte dei Passeri di Bulgakov ci si arriva in seggiovia vestiti da businessmen e si pesca a torso nudo circondati da grattacieli anonimi, i Raskol’nikov contemporanei si tatuano il corpo con simboli nazisti, il pope sbuca dall’acqua come un Rasputin redivivo, il Richiamo di Lenin è solo un locale con cameriere in giarrettiera, le moderne icone sono contaminate da elementi pagani, il conte Vronsky è un nouveau riche circondato da ragazze in abiti succinti…Scorrendo il libro una volta, la seconda e una terza alla fine però l’impressione più indelebile è la dolcezza e la profondità dello sguardo di Maximishin che si posa sulla quasi totalità degli attori che animano questo libro: i suoi colori saturi e il suo gusto immediato per la composizione restituiscono vitalità e dignità alle donne che preparano il pane il sabato santo, al bambino di Grozny che cerca le attenzioni di un gattino, alle insegnanti cecene che in abiti contadini restaurano la scuola distrutta dalla guerra, ai pescatori del Kazakistan, ai detenuti di Pietroburgo, agli inservienti del teatro Mariinskij e dell’Hermitage che per pochi rubli tengono viva una favola… Quasi per ricordarci che nell’ex impero a 20 anni dalla Perestroika tutto convive: il popolo autentico che arranca e i falsi zar, lo slancio verso la modernità e le situazioni retrograde, l’amore sincero per la propria terra e il nazionalismo più pericoloso. E che oggi come sempre il diabolico Voland è sempre in agguato.

Chiara Mariani giornalista e photoeditor “Corriere della Sera Magazine”

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