Bevi Napoli… tra Fotografia, Editoriali ed Agenzie


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Il piacere di leggere un buon articolo accompagnato da foto significative e identificabili nel corpo testuale sta man mano svanendo.
Non vuole affatto essere una polemica su quello che è stato scritto di Napoli, su Napoli ed in Napoli. Questo articolo non è nulla di più che il frutto di quanto sta accadendo all’Editoria italiana e specifica ESATTAMENTE il perché l’Editoria sta morendo.

Volete dare colpa alla crisi per la morte dell’editoria? Fatelo
Preferite dare più la colpa al digitale e quindi alla mancanza di materiale adeguatamente presentato alle redazioni? Fatelo.

Il vero motivo è perché all’interno delle Redazioni non c’è più il piacere, ma soprattutto la CONOSCENZA di un lavoro  bellissimo come quello di creare un giornale!!!
Si, ho scritto CREARE, non per caso, ne tantomeno per un errore. Un giornale nasce da Zero e tutto ciò che contiene, oltre a raccontare la verità per una questione Etica, deve anche essere in grado di affascinare e fidelizzare i propri lettori.

Bene, l’articolo di cui stiamo parlando è la trasposizione stampata della morte editoriale. L’Espresso n. 46 del 21 novembre 2013. Copertina e titolo BEVI NAPOLI E POI MUORI.
È la pubblicazione di uno studio fatto dalla U.S. Navy di Napoli sulla bontà delle acque potabili di una città che tra rifiuti, Terra dei Fuochi e ora acqua potabile, è sempre al centro di vicende “poco carine”.

Ma un attento lettore, attento attento, non dovrebbe notare solo eventuali problematiche di stampa, grammatica, dimenticanze e dislessie di tastiera. Non limitarsi solo a commentarne i contenuti e quindi elogiare o denigrare il reporter che “a tavolino” ha vissuto la vicenda facendola propria e mettendo nero su bianco un qualcosa già fatto da altri.
Mi piacerebbe che un attento lettore, guardando l’immagine di apertura del servizio si ponga una domanda: ma cosa c’entra la foto di una scogliera ed un litorale con l’acqua potabile?
Ancora più bello sarebbe se il lettore si ponesse un’altra domanda ancora: ma siamo sicuri che questa foto sia di Napoli?

Si, perché la foto non riguarda Napoli, ne tantomeno rispecchia quella che potrebbe essere l’immagine di apertura per un servizio, con un titolo che lascia pochissimo spazio all’interpretazione.

Poi sfogliando le pagine e approfondendo l’articolo, sarebbe bello anche che il lettore notasse che in TUTTO IL SERVIZIO non c’è una sola immagine che parli di “acqua potabile” e di “Napoli” (per i più radicati nella terminologia web, che va tanto oggi, le foto non rispecchiano le TAG dell’articolo).
E se poi aggiungessimo che le foto non sono tutte dello stesso fotografo, ma un meltin pot di Agenzia (tra l’altro di basso costo) che non raffigurano ne acqua potabile, ne Napoli, ne un lavoro fatto da un fotoreporter catapultato in una fontana tra cloro e calcio.

Ancora ci stiamo chiedendo perché l’editoria sta chiudendo?

Io lo chiederei a Bruno Manfellotto che di un articolo portante (che ha scatenato anche la copertina, oltre alle ire dei diretti interessati) ha fatto pubblicare questo scempio fotografico.
E visto che ci siamo gli chiederei anche perché non esistono più quei fotoreporter che venivano ingaggiati per raccontare storie in ogni parte del mondo. Gli chiederei anche perché in altre Nazioni c’è il rispetto per il lavoro di un fotografo con anche l’aggiunta dei crediti e la remunerazione equa per un lavoro sudato.

Ci risponderebbe semplicemente che “non c’è budget” (che è una frase standard che metterei nei vocabolari per stranieri accanto a “vorrei un panino al prosciutto”) oppure passerebbe la palla all’Agenzia, che non è stata in grado di fornirgli immagini adeguate (il che può essere anche vero, visto che le agenzie raccattano tutto perché tutto fa brodo!) e quindi si è dovuto arrangiare come poteva, rischiando di non uscire perché il PDF alle rotative è arrivato un’ora dopo alla ricerca disperata di un servizio che rendesse giustizia alla notizia.
Probabilmente tirerà fuori la storia dell’italiano medio che non aspetta altro che questo e quindi loro sono COSTRETTI a fare così, anche se in realtà loro farebbero castelli di articoloni.

Non gli sentirete mai dire “è vero, abbiamo fatto un lavoro del cazzo. l’articolo andava curato, impaginato ed accompagnato con immagini valide e realizzate ad hoc”.

Questa è la vera morte dell’editoria italiana. Nulla di più e nulla di meno.

Il Direttore di un noto Quotidiano (di cui non faccio nome perché non mi viene neanche la voglia di citarlo e dargli visibilità), che ad un incontro tra fotografia ed editoria ha asserito che “il photo editor non è indispensabile in un giornale”, probabilmente questo articolo se lo è gustato tutto, fino infondo!!!!

BUONA BEVUTA di cultura e fotografia!

 

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