ETICA E FOTOGRAFIA – COSA SUCCEDE A LODI


Lodi ha sempre dato soddisfazioni, sin dalla prima edizione. I ragazzi di Progetto Immagine tengono molto allo sviluppo di questo festival, oltre che portare avanti la cultura fotogiornalistica sul territorio.

È iniziato questo week end il Festival della Fotografia Etica di Lodi, del quale ho già parlato qui. E devo dire che la costruzione su due week end è una mossa che ho trovato valida e sensata, per evitare congestioni e per alleggerire una visione di lavori che non sono di facile lettura e “pesanti”. Certo, sono penalizzati i visitatori che arrivano da lontano, ma non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena.

Allacciandomi ai lavori di non facile lettura e pesanti, colgo lo spunto per scrivere quelle che sono state le mie sensazioni guardando una prima trance delle esposizioni (folte ma ben allocate all’interno del territorio lodigiano).

Di sicuro, come anticipato, i lavori sono di notevole fattura e non leggeri, ma ho avuto il sentore che qualcosa stonasse.

Dopo aver visto lo Spazio Tematico (sponsorizzato da Fujifilm Italia), che quest’anno tratta il tema della Violenza sulle donne nel mondo, ho proseguito la visita vedendo lo Spazio Approfondimento e dopo la prima mostra della Sezione dello Sguardo dei Fotografi italiani nel Mondo non mi è sembrato il caso di andare avanti. La mente era provata e il week end prossimo non ho impegni.

Provato perché ero teso per la mole di lavori, dalla pesantezza tematica, ma distratto dalle immense e lunghissime didascalie che molte volte mi hanno fatto perdere il contatto con le fotografie.

Ho sempre ritenuto necessario avere le didascalie alle immagini per alcuni lavori, diciamo per tutti i lavori fotogiornalistici che hanno il bisogno di essere contestualizzati e dare indicazioni sui contenuti. Ma quando la didascalia prende il sopravvento sulle immagini c’è qualcosa che è andato storto.

IN/VISIBLE di Ann Christine Woehrl più di tutti mi ha rallentato e distaccato dalle immagini. Per ogni ritratto mi sono trovato a leggere la storia di ogni donna, interessate e obbligatoria, ma che proseguiva con racconti di aneddoti che molto probabilmente avrebbero aiutato i fruitori con dei pannelli di apertura per ogni ritratto e così agevolare la visione delle piccole storie unite tra di loro dal tema portante.

Anche le didascalie di UNCLE CHARLIE di Marc Asnin a volte riuscivano ad oscurare il lavoro lodevole e ben fatto. Didascalie tra l’altro legate più al libro che non alle immagini stesse.

Esasperate per SOUTH AFRICA’S POST APARTHEID YOUNG di Krisanne Johnson che hanno del tutto portato fuori dal contesto visivo dando più importanza al testo. Immagini molto belle.

Riesci invece a tenere il contatto visivo con BEAUTIFUL CHILD di Laerke Posselt che poco ha da spiegare oltre l’abstrat. Così come I JUST WANT TO DRUNK di Jan Grarup e TAKEN di Meeri Koutaniemi.

Ambiguo, partito bene ma perso poi lungo la strada è stato JEDDAH DIARY di Olivia Arthur. Lodevole e fotograficamente bello, ma che nella composizione del racconto ha perso di forza già dalla metà dell’esposizione. È stato veramente un peccato.

Impegnata e argomento trattato in maniera splendida è stata la mostra di Daniele Volpe. Ad ora (senza aver completato la visione di tutte le mostre) una tra le più belle del Festival.

Letture portfolio a cura di Agenzie Fotogiornalistiche ed addetti ai lavori non sono state disattese, anzi. Il sold out ottenuto da tutti i lettori fanno solo sperare per un futuro del fotogiornalismo folto e con interessanti “nuove leve”.

Incontri, visite guidate, letture portfolio, ed un giro tra le strade di Lodi hanno fatto di sicuro da collante ed hanno anche dato la possibilità di “staccare” ogni tanto dalle problematiche del mondo che poca speranza ci trasmettono, ma delle quali non è opportuno non averne evidenza.

Devo dire che, ad oggi, mi sento di dire che è stato il Festival delle Parole, dove testi hanno avuto la meglio sulle immagini. Spero di smentirmi con il prossimo post, continuando il giro delle mostre settimana prossima.

One comment

  1. Stato ieri al Festival e mentre visitavo le mostre mi è venuto in mente questo post legato al peso delle didascalie.
    Il problema che posso riportare non è tanto la quantità di informazioni nelle didascalie, che risulta necessario per capire e apprezzare meglio alcuni lavori dove il visuale necessita di un minimo di introduzione verbale (IN/VISIBLE su tutte). Piuttosto la calca, con un font più ampio sarebbe stato più agevole apprezzare le immagini e le storia.
    Ma al di là del consiglio tecnico volevo portare una visione diversa da quella da te esposta. Tanto più se andiamo a parlare di Uncle Charlie. Qui le parole danno una visione complementare e a volte illuminante delle immagini. Una sorta di chiave di decodifica che dona un valore aggiunto ad un lavoro complesso ma con una ricchezza fotografica enorme.

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