WORKSHOP: COSA SONO?


Nell’immaginario comune i workshop sono dei momenti dove un tutor (docente, insegnate, professionista, chiamatelo come vi pare) trasmette cose.
Il che in valore assoluto potrebbe anche essere così, se non ci fosse bisogno di approfondire di cosa si tratta effettivamente, a chi sono rivolti e soprattutto cosa bisogna aspettarsi.

Partendo dalla nomenclatura, per rendere più facile la lettura dei contenuti inizierei a non chiamarli con il termine anglosassone workshop, ma in italiano: laboratori.
Di fatto i workshop sono dei laboratori, dove è possibile apprendere un metodo, utilizzato da chi ne tiene le fila, un modo di operare, di porsi ed entrare in contatto con un punto di vista, che possa essere professionista o meno.

Non si tratta di corsi (come vengono proposti oggi), non è assolutamente una lezione (nel senso stretto del termine), ne tantomeno un luogo metafisico dove si trovano definizioni.

Guardando intorno, leggendo quello che si scrive, pro e contro l’avvento di laboratori di ogni sorta, forma e tematica, tenuti da chiunque in qualsiasi campo, viene sono da dire che non c’è conoscenza alcuna nei confronti di questo strumento evolutivo (ma molte volte involutivo) dove è possibile imparare qualcosa anche quando si crede di non aver imparato nulla.

Certo è che il proliferare di molti laboratori, genera automaticamente una selezione poco curata che dovrebbe essere in prima battuta effettuata da chi li propone, con delle semplici domande da porsi:
Posso tenerlo?
Ho un metodo da poter proporre che possa dare un valore aggiunto?
Sono in grado di saper trasmettere questo metodo?

Ma non lasciamo la sola responsabilità del tutto a chi li propone. Cerchiamo di essere anche dei fruitori consapevoli, ponendoci a nostra volta delle domande altrettanto legittime:
Posso partecipare?
Questa persona effettivamente può darmi qualcosa di quello che cerco?
Sa fare, ma sa anche trasmettere?
Non sa fare, ma il suo metodo ha qualcosa?

Ovviamente queste sono solo una piccola parte di domanda da porsi se si propone un laboratorio o se si decide di fruirne. Ognuno si ponga le sue domande, ma che se le ponga.

A volte anche chiedere in giro a chi ha già fatto può essere utile, ma anche un’arma a doppio taglio. Se chi ha partecipato ne è rimasto colpito positivamente o negativamente non può dare una risposta alle nostre domande?

Quello che in realtà ne dovrebbe venire fuori è che i laboratori sono strumenti validi e che l’abuso (come in ogni cosa) genera un cattivo uso.
Quello che di positivo deve esserci è che si impara sempre qualcosa.
Da quelli ben fatti si impara qualcosa sul metodo, sul contenuto e su come affrontare dal giorno dopo la ricerca dentro se stessi.
Da quelli mal fatti si impara che probabilmente quella non è la strada che si vuole percorrere.

Di sicuro quello che ne consegue dal risultato finale non deve essere una produzione temporanea giornaliera valida, e nemmeno un saper fare qualcosa in più in senso assoluto.
Il risultato, se è un risultato valido, deve generare in noi un punto interrogativo. Domande che mettono in discussione noi stessi ed il nostro modo di fare.
Quello sarà il giusto confronto tra noi e chi ci ha trasmesso.

Quello che mi piacerebbe è che non diventassero momenti per vendere cose.

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